La politica dietro il pennello
Nel 1956, la Repubblica Popolare Cinese pubblicò il primo Piano di semplificazione dei caratteri cinesi, riducendo il numero di tratti di 515 caratteri e standardizzando altri 54 componenti grafici semplificati (偏旁). L'analfabetismo nelle campagne superava l'80%; il Partito Comunista considerava l'alfabetizzazione un prerequisito della partecipazione politica e cercava una via più rapida alla scrittura.
La maggior parte delle semplificazioni non erano invenzioni nuove, ma standardizzazioni di forme corsive e abbreviazioni popolari usate da calligrafi e mercanti da secoli. La svolta del 1956 fu l'applicazione statale: scuole, giornali e documenti governativi avrebbero usato solo caratteri semplificati.
Il passo falso del 1977
Nel 1977 vennero proposte 853 ulteriori semplificazioni, alcune così aggressive da suscitare proteste da linguisti e tipografi. Nel 1986 il Consiglio di Stato ritirò l'intera seconda ondata.
La frattura della diaspora
Taiwan, Hong Kong e Macao non adottarono mai i caratteri semplificati. Taiwan fece dei caratteri tradizionali un simbolo di continuità culturale. Tuttavia Taiwan usa il guóyǔ (mandarino), non il cantonese o il minnan: lo standard nazionale basato sulla pronuncia di Pechino che la Repubblica di Cina aveva codificato entro gli anni Trenta e portato sull'isola nel 1945. Il continente adottò più tardi il medesimo standard con il nome di pǔtōnghuà, sicché Taiwan condivide la norma parlata ma rifiuta la riforma grafica del continente.